spettacoli in distribuzione

le produzioni di ACTI in distribuzione per la stagione 2017.18

 

TROPPI (ORMAI) SU QUESTA VECCHIA CHIATTA

testo Matéi Visniec – traduzione Debora Milone e Beppe Rosso – collaborazione drammaturgica Laura Bevione – con Beppe Rosso, Paola Di Mitri, Miriam Fieno, Ture Magro, Bamba Seck – regia Beppe Rosso – ass. alla regia Sara Consoli – scene e luci Lucio Diana – costumi Roberta Vacchetta – movimento Ornella Balestra – sonorizzazioni Bodega Multimedia – una produzione ACTI Teatri Indipendenti

“Lo Scafista: Dio può fare molte cose, ma non può far girare un motore. E non possiamo continuare ad andare avanti così, perché così non si va avanti. Dio non è un meccanico e neanche un fusto di benzina..”

Lo spettacolo porta in scena il fenomeno epocale a cui nessuno sembra in grado di dare soluzione: l’attuale migrazione e il grande dilemma morale che attanaglia l’Europa.  Narra i drammi di chi arriva da dove la vita non è più compatibile con l’avvenire, le loro contraddizioni ma anche i paradossi e le paure di un continente che non sa come affrontare quest’ondata: la paura di quando si ferma il motore in alto mare, la paura di non farcela, la paura di essere invasi, la paura che l’Europa scoppi.

Partendo dal testo di Matéi Visniec, drammaturgo, poeta e giornalista romeno naturalizzato francese, Beppe Rosso racconta il dramma da diverse prospettive senza mancare di collocarlo, quand’è il caso, sotto una luce surreale, stralunata, grottesca.

Un testo duro e sarcastico che non dimentica l’aspetto emozionale e umano del fenomeno: brevi episodi in cui si intrecciano migranti e europei, episodi apparentemente slegati uno dall’altro che si sviluppano quasi autonomamente per poi convergere.

Uno scafista conduce concretamente il pubblico attraverso questo caleidoscopio di situazioni dove troviamo vari personaggi tra cui un Politico che illustra la sua linea di accoglienza continuamente corretta dal suo assistente in nome di un improbabile “politicamente corretto” o un Mercante di Vite che convince un migrante a vendersi prima un rene, poi un occhio e infine gli mette in mano una pistola o una Madre che cerca in un piccolo cimitero suo figlio e i nipoti morti in mare.

Il teatro, com’è nella sua natura, diventa tentativo di riflessione su questa realtà complessa, conflittuale e drammaticamente sfaccettata.
E’ una tragedia umana degna del teatro greco antico, dove l’uomo si confronta con la forza implacabile del destino, l’unica differenza è che ora viviamo in un tempo dove tutto si vende e tutto si compra: “Il mondo è rotolato in modo invisibile, in tempi nuovi, come se fosse mutata l’atmosfera del pianeta. Tutto l’Occidente pensa ingenuamente di continuare a respirare l’aria di prima, pochi si sono accorti che lo zodiaco è cambiato” (Domenico Quirico, Esodo).

 

PICCOLA SOCIETA’ DISOCCUPATA

testi di Rémi De Vos – traduzione Luca Scarlini – con Ture Magro, Barbara Mazzi, Beppe Rosso – regia e drammaturgia Beppe Rosso – scene e luci Lucio Diana – movimento Ornella Balestra – assistenti alla regia Valeria Tardivo, Federica Alloro – tecnico di compagnia Eleonora Diana – una produzione ACTI Teatri Indipendenti con il sostegno del Sistema Teatro Torino

“Piccola Società Disoccupata” è il secondo spettacolo di Beppe Rosso sul mondo del lavoro contemporaneo. Questa volta è il conflitto generazionale ad essere al centro dell’allestimento, quel disagio che intercorre tra giovani e anziani nel affrontare l’attuale trasformazione dell’uomo in rapporto al lavoro.

Tre attori di diversa generazione formano una “piccola società disoccupata” interpretando vari ruoli in un gioco cinico ed esilarante; sono personaggi che si dibattono in una lotta senza esclusione di colpi per conservare o trovare lavoro, una lotta del tutti contro tutti, in cui non mancano slanci d’amore, ingenuità e momenti di grande illusione.  E’ un mondo dove è evidente la fragilità individuale che di volta in volta si trasforma in astuzia o in follia solitaria. Astuzia e follia che sono anche strategie di sopravvivenza in una commedia contemporanea dove ogni scena apparentemente reale attraverso lo humour e il paradosso viene portata ad estreme conseguenze tragicomiche.

Il testo di Remi De Vos propone un calembour di situazioni che toccano quasi tutti i ruoli che attualmente offre il mercato del lavoro: il precario, il disoccupato, il freelance, l’occupato a tempo indeterminato o l’occupato in via di licenziamento. Più situazioni legate da un filo rosso che nell’insieme ricostruiscono la “commedia” del mondo del lavoro in questa società postindustriale.

Rémi De Vos, autore francese, tra i maggiori degli ultimi decenni, acclamato da pubblico e critica in patria, ma ancor pressoché sconosciuto in Italia, ci fa entrare nel dramma con un linguaggio imprevedibile ed incalzante che scarta qualsiasi deriva retorica e rivela l’assurdo “indecifrabile” che stiamo attraversando.

Una Piccola Società Disoccupata che riflette sul passato e sul futuro, su cosa avviene in una società centrata sul lavoro quando il lavoro viene a mancare. Dove porterà questa nuova rivoluzione, condurrà alla società della disoccupazione o a quella del tempo libero? Evidenti le diverse considerazioni e risposte che le generazioni ancora attive ne danno ed evidente è il conflitto strisciante che  le contrappone. Immersi dentro un mondo in cui tutto è mercato, un vortice di mutazione sociale ed antropologica sempre più veloce dominato da formule matematiche, statistiche e ricerche di mercato.

Il teatro, mestiere antico e lento, può tentare di fermare un attimo questo vortice e riportare al centro l’uomo, le sue paure, le contraddizioni, le fragilità e i paradossi che incontra sulla strada del lavoro, trasformando la complessità del momento in puro gioco teatrale.

 

 

CANTO DEL POPOLO CHE MANCA

dal libro di Nuto Revelli “Il Popolo che manca” (Einaudi editori) – con Marco Revelli e Beppe Rosso – una produzione ACTI Teatri Indipendenti

Nuto Revelli intervistò centinaia di contadini, scappava di casa per rincorrere quegli ultimi testimoni di una civiltà che stava sparendo. Da quelle interviste viene fuori un quadro di vita incredibile e nell’ultimo libro pubblicato da Einaudi nel 2014 “Il Popolo che manca”, ci si presenta come un grande canto corale.

La serata richiama in vita lampi di questo canto epico con radici millenarie che fu spazzata via in poche decine di anni dal mito industriale. E’ un viaggio dentro un mondo che non c’è più; con la testimonianza diretta del figlio Marco Revelli, commenti, letture interpretate e spezzoni di film e audio originali con la voce di Nuto.

Una “Veglia” come quelle riportate dalle testimonianze, per raccontare un mondo duro fatto di terra e pietra che conosceva però il fantastico: un’immaginazione scatenata fatta di masche, ciulest, spirit foulet, magia e superstizione, alimentata, appunto, dalle veglie nelle stalle, teatro di micro-comunità dove l’arte del narrare si esaltava.

Non c’è nostalgia ma semplicemente ii far risuonare e dare corpo a quelle voci legate indissolubilmente al territorio, che in questo caso è quello del sud Piemonte, ma che potrebbe essere assolutamente analogo a quello di qualsiasi altra regione d’Italia.

Una “Spoon River” contadina da dove emerge una certa attualità: son bastati 30 anni di illusione industriale per distruggere le tradizioni di un mondo millenario, ed ora la caduta della FABBRICA rivela il VUOTO in cui siamo finiti, quasi senza accorgercene. E dopo un secolo, esaurita l’iperbole del progresso industriale, ci ritroviamo in una società nuovamente diretta verso una condizione simile ad allora: pochissimi ricchi e una moltitudine di poveri. Ma una povertà senza più una possibile epica narrabile se non con senso di sconfitta. Per non parlare di economia sostenibile ed ecologica del territorio che ci fa apparire paradossalmente interessante ed attuale il “canto” di quel popolo.

E allora da quel popolo perduto qualcosa si può ancora imparare.

 

DEI LIQUORI FATTI IN CASA

testo di Remo Rostagno, Gabriele Vacis, Beppe Rosso – con Beppe Rosso  scene Lucio Diana – regia Gabriele Vacis  tecnico di compagnia Eleonora Diana  una produzione ACTI Teatri Indipendenti

Lo spettacolo nato anni fa, all’interno del Laboratorio Teatro Settimo, nel suo cammino ha realizzato più di 500 repliche in Italia e all’estero. Viene ripreso ora nella sua forma integrale perché l’efficacia narrativa, sia dal punto di vista attoriale che per costruzione drammaturgica, lo rendono unico ed attuale. I vini e i liquori derivano da una tradizione antica e identificano sempre una terra e una civiltà. La civiltà di cui si parla nello spettacolo è quella di una terra piemontese: le Langhe. Terra di vini e di liquori, terra di fumo e di profumo ma anche terra di letteraria memoria e di grandi narratori: Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Gina Lagorio; dopo esserci tuffati nella letteratura della Langa siamo riemersi “distillando” le vicende di una storia che ci riporta in un paese della provincia italiana nei primi anni sessanta. Una storia che si sviluppa sulla piazza del paese, luogo di incrocio dei personaggi, dove la concretezza degli accadimenti si trasforma e genera un’ironia visionaria e un’irresistibile comicità surreale. Vini e liquori sono il motore fondamentale di questa visionarietà ma è il linguaggio giocato sulla contaminazione tra lingua alta e dialetto a creare una dimensione che porta lo spettatore a farsi “terra” dentro quei luoghi e quell’epoca. Dei Liquori fatti in Casa narra dell’epoca del boom economico, momento di cruciale mutamento sociale, quando, nel giro di pochi anni, tradizioni centenarie subirono un cambiamento radicale: quando il suono delle piazze non fu più il rintocco del campanile, ma quello del juke-box che narrava di alti neri watussi e sogni americani e dove si affacciava la “signora televisione” che avrebbe segnato e cambiato la vita di tutti quanti e degli anni a venire. La situazione che mette in campo lo spettacolo genera un intreccio fittissimo tra i personaggi che vedono scossa la loro quotidianità dall’arrivo di una forestiera. La forestiera è una giovane donna francese attorno alla quale si condensano gli avvenimenti, corposi ed essenziali come certi liquori che rivelano valori, desideri, visioni, speranze di un paese e di una generazione. La donna arriva con la corriera che, ogni giorno, attraversa la piazza: ma quel giorno, siamo nell’autunno del 1964, non è solo la partita di pallone elastico che viene interrotta, è tutto il paese che trattiene il respiro: il respiro delle donne e degli uomini che vedono la loro piazza solcata dall’amore, dal peccato, dal sogno o, addirittura, dalla rivoluzione. I personaggi del paese -il campione di pallone elastico e il fotografo, l’apicoltore comunista e l’arciprete, i perfetti produttori di Barolo e la cameriera immigrata dalla Sicilia- vedono sconvolti in breve tempo le loro modalità di vita.

“Le Langhe di letteraria memoria qui sono un paese dove la corriera è un’istituzione, il pallone elastico è una religione,il vino è verità, il Diavolo una leggenda, la Resistenza è storia, la nuova parrucchiera…una favola”

 

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