LIBYA. BACK HOME

LIBYA. BACK HOME

ideazione e regia Paola Di Mitri
con Miriam Selima Fieno
testi Khalifa Abo Khraisse, Giancarlo Fieno, Miriam Selima Fieno
scene Paola Villani
light design Davide Rigodanza
video Davide Crudetti
produzione La Ballata dei Lenna/ACTI Teatri Indipendenti
con il sostegno di Festival Colline Torinesi, TPE Teatro Piemonte Europa, Centro di Residenza dell’Emilia Romagna La Corte Ospitale, Bando Ora! Compagnia di San Paolo

Vincitore Premio Scintille 2018


ABSTRACT

Lo spettacolo segue il viaggio di Miriam Selima Fieno verso la Libia, nel tentativo di mettersi sulle tracce delle sue origini nordafricane.

A partire dai documenti di famiglia, Miriam ci conduce in un’investigazione personale, in un’esperienza radicale, in una storia che la ossessiona segretamente e che la porta a conoscere Khalifa Abo Khraisse – regista e giornalista libico – che vive e lavora a Tripoli, e che a sua volta è pronto a compiere il suo viaggio verso l’Italia.

La storia racconta dell’amicizia tra Miriam e Khalifa e ricostruisce, due viaggi (quello di Miriam verso la Libia e quello di Khalifa verso l’Italia) capaci di scavare nel cuore di un’urgenza familiare, sociale e politica e raccontare, attraverso il rapporto travagliato e ancora esistente tra la Libia e l’Italia, una storia di colonizzazione, amore e turbolenza politica che continua fino ad oggi.

 

SINOSSI

LIBYA. BACK HOME parte dalla storia familiare di Miriam Selima Fieno.

Molti anni dopo la morte del nonno, Giancarlo Fieno, Miriam viene a conoscenza di un suo libro di memorie finito di scrivere nel 1993. Giancarlo narra in maniera attenta e scrupolosa le vicende che lo vedono coinvolto a partire dal 1943, anno in cui viene destinato al fronte nordafricano, in Libia, come medico di guerra.

Giancarlo resta in Libia per 27 anni svolgendo con passione la sua professione e durante questi anni incontra una donna libica, Uorda. I due si innamorano profondamente e con non poche difficoltà riescono a sposarsi. Dalla loro unione nascono sei figli, tra cui il padre di Miriam, Riccardo Fieno. L’intera famiglia risiede felicemente in Libia fino al 1970, anno in cui si trova costretta a partire per l’Italia a causa dell’arrivo al potere di Mu’ammar Gheddafi e degli imminenti cambiamenti sociali e politici.

A seguito del ritrovamento del libro, Miriam inizia a raccogliere fotografie, Superotto e documenti appartenuti ai nonni. Con l’aiuto del padre ricostruisce una mappa storica e geografica della Libia, scopre contatti di parenti libici di cui non conosceva l’esistenza, e decide di avviare tutte le pratiche necessarie per intraprendere un viaggio che la porterà in Libia, verso i luoghi dove la sua famiglia ha vissuto. Ma presto Miriam si accorge che andare in Libia, di questi tempi e per vie legali, non è facile come si sarebbe aspettata.

Nel corso della sua ricerca, Miriam entra in contatto con Khalifa Abo Khraisse, giornalista e documentarista libico, corrispondente da Tripoli di alcune testate italiane sulle quali riporta, con estrema lucidità, il conflitto politico in Libia. Khalifa, come Miriam, è intento a organizzare il suo viaggio in Italia, ed è alle prese con la politica a la burocrazia che gli impediscono di poter arrivare in Italia per vie legali.

Il diritto al viaggio, per ora, negato a entrambi diventa un punto di incontro tra i due che decidono di aiutarsi: Miriam domanda a Khalifa di filmare i luoghi dove i suoi nonni hanno vissuto, di intervistare i suoi parenti, di riportarla metaforicamente a casa. Khalifa accetta, ma chiede a Miriam di inviargli, tramite un suo amico italiano in viaggio per la Tunisia, una telecamera che, oltre a catturare le immagini delle strade care al passato famigliare di Miriam, possa testimoniare e far vedere all’Italia quello che accade in Libia ogni giorno.

Miriam e Khalifa instaurano una

quotidiana corrispondenza, e una forte amicizia, che li porta a riflettere sul passato e il presente, sul rapporto travagliato e ancora esistente tra la Libia e l’Italia. L’uno si racconta all’altra in un campo di dialogo paritario, dove svelare qualcosa di intimo è il contrario stesso della morte (almeno per sparizione) e celebrarsi nel racconto diventa un rito collettivo.

 

NOTE DI REGIA (di Paola Di Mitri)

A partire da documenti personali si può risalire a una memoria collettiva? Una narrazione autobiografica può diventare un rito pubblico? Queste sono le domande che mi sono affiorate alla mente il giorno in cui Miriam ha deciso di condividere con me il libro di memorie di suo nonno. Guardavo Miriam muoversi tra i suoi documenti intenta a raccontarmi la storia della sua famiglia che si intrecciava con il passato coloniale italiano e ho pensato che se la risposta alle mie domande fosse stata “sì. si può”, risalire alla storia del nonno e raccontarla ci avrebbe naturalmente portato a qualcosa di nuovo.

Ora che siamo nel vivo del progetto, è una sorpresa quotidiana scoprire come, tanto più la ricerca di Miriam si fa intima, scava nei rapporti famigliari e nelle piccole cose quotidiane del passato, tanto più il presente bussa alla porta.

L’incontro con Khalifa, giornalista e filmmaker libico, non è un caso.

Preso da una ricerca personale, proteso verso l’esterno, lo sguardo di Khalifa è aperto verso il futuro. La sua parola, i suoi scritti, le sue riprese sulla Libia contemporanea dicono al mondo: Ci sono! Sono vivo! L’incontro tra Miriam e Khalifa avviene al centro di due viaggi intimi ma opposti, mossi da una necessità comune, quella di conoscere sé stessi. In questo processo di narrazione autobiografica che coinvolge, oltre che Miriam e Khalifa, anche i parenti, gli amici e i conoscenti di entrambi, il supporto tecnico che cattura e testimonia, si fa centrale. Registratori, macchine fotografiche, videocamere, cellullari, computer, catturano immagini e suoni che, oltre a svelare un’intimità personale, consegnano all’uditore un’eredità, della quale da quel momento ne diventa custode.

 

 

L’ORIGINE DEL PROGETTO (di Miriam Fieno)

Ho sempre portato addosso le mie radici con orgoglio.

Ho sempre ritenuto preziosissima quella percentuale di sangue arabo che mi scorre nelle vene.

Da bambina mi consideravo un esemplare raro di meticciato. E rara mi era sempre parsa la storia che la mia famiglia aveva scritto. Anche perché l’effetto che destava sugli altri non appena ne facevo cenno era di grande stupore e questa cosa, da quando ne ho ricordo, mi ha sempre riempito di fierezza. Come fosse un merito. Ma l’incanto era tale da fare effetto anche su di me, tanto da non avermi mai davvero concesso di scoprire fino in fondo come fossero andate le cose. A me bastava sapere che il mio nonno genovese, nel 1943 era partito per la Libia come medico di guerra; e nella sua amata Libia vi era rimasto per ben 28 anni, svolgendo con passione e assoluta dedizione la sua professione; perché in quella meravigliosa Libia aveva incontrato gli occhi di una giovane donna di nome Uorda già promessa a un uomo della sua tribù, ma di cui lui si innamorò dissennatamente e che con non poche difficoltà riuscì a sposare, vista la determinazione del sentimento fuori misura che li legò sin dal primo incontro. Dalla loro unione nacquero sei figli tra cui mio papà il quale aveva 14 anni quando, a malincuore, con tutta la famiglia dovette stabilirsi definitivamente in Italia visto che il clima a Tripoli intorno agli anni 70 non pronosticava nulla di quel futuro che mio nonno, da buon padre di famiglia, aveva in mente per i suoi figli.

E devo dire che sapere tutto questo mi è bastato fino a quando un bel giorno, nell’estate del 2017, non mi è ricapitato tra le mani il libro di memorie che mio nonno, tanti anni prima, aveva con cura redatto a mano e ricopiato con la macchina da scrivere, narrante i suoi 28 anni trascorsi in Libia tra il 1943 e il 1971.

Sapevo di questo libro, ma non mi ero mai decisa a leggerlo, presa da quel misto indecifrabile di timore e brama che si prova quando si stringe tra le mani la possibilità di scoprire quel qualcosa di più sulle proprie origini, che può far riconsiderare il proprio presente. Ma quello stesso giorno una reazione istintiva mi fece sentire addosso tutto il peso della mia identità.

 

Avevo appena letto un allarmante report di Amnesty sulla Libia il quale mi confermava quel ritratto desolante che ormai da anni, nel comune immaginario occidentale, aleggia a proposito di questa nazione: Libia come terra di transito, dove prosperano traffici e trafficanti, luogo di tratte e cuore della detenzione arbitraria a tempo indeterminato, scenario di violenze, torture ed estorsioni, sorgente viva delle contestate manovre dei governi europei.

Ne nacque subito una riflessione trasversale sullo stato di paura che ci attanaglia, sull’emergenza migratoria, sulle barriere culturali e i nuovi muri della nostra contemporaneità.

Decisi che era un dovere per me leggere quel libro. Fui presa da un fermo desiderio di risposte. Sentii che tra le parole di mio nonno non avrei ritrovato solo le mie di radici.

In un’epoca in cui il terrore spinge a rivendicare appartenenze e identità nazionali, come se un confine geografico potesse davvero far sentire vicini milioni di estranei, forse è davvero arrivato il momento di ritrovare tutti le proprie origini, ho pensato in quel momento.

E così ho cominciato a leggere con l’idea che l’integrazione parte da qui. Capire davvero chi siamo e da quale passato veniamo. Tutti. Cominciando da me.

 

 

IL DOCUTEATRO

LIBYA. BACK HOME è un documentario tridimensionale sul palcoscenico. Un docuteatro. Uno spettacolo

composto dall’intreccio di codici teatrali e cinematografici.

L’idea di produrre un documentario a teatro, nasce dalla necessità di occuparsi di tematiche contemporanee, che portino sulla scena elementi di verità emersi da una ricerca e un’analisi antropologica e sociologica sulle tematiche, attraversando un percorso artistico in grado di sorpassare quella frontiera che separa la realtà dalla sua rappresentazione, il biografico dalla finzione artistica, la memoria personale da quella collettiva.

Fare teatro documentario prevede l’utilizzo di contributi video e telecamere live che, grazie ad una regia e un montaggio in presa diretta, narrino una storia reale, con la differenza, rispetto a un documentario cinematografico, di avere l’attore in carne ed ossa sul palcoscenico.

La presenza di Miriam sulla scena è simbolica. Miriam è la storia, è testimonianza viva e diretta, la sua presenza è un ponte tra lo spettatore e le vicende che lo spettacolo racconta; mentre le immagini di Khalifa, riportano a qualcosa di fisicamente lontano e bidimensionale che possiamo vedere solo attraverso uno schermo.

La narrazione vuol essere il risultato dell’elaborazione scenica di una ricerca attiva composta dallo studio di documenti, dalla visione di materiale audiovisivo (archivi storici, archivi personali, VHS, Super8) e fotografico, dalla realizzazione di interviste, dalla raccolta di testimonianze passate e attuali, da una mappatura di luoghi e dalla relativa indagine sul territorio, oltre che dal reperimento e l’elaborazione di video e immagini, che portano lo spettatore a compiere con Miriam e Khalifa le loro ricerche personali.

Le scelte narrative delle riprese e la forza espressiva di primi piani, intendono portare in scena un processo soggettivo di interpretazione della realtà istantanea con cui Miriam inter-agisce. Miriam è sola sulla scena ma accompagnata da una regia e dai tecnici che, fuoriscena, costruiscono con lei lo spettacolo, realizzano montaggi in presa diretta, creano live il documentario.

 

LE TEMATICHE

La Libia e l’Italia: un rapporto travagliato ma necessario, inevitabile come il Mediterraneo che divide e unisce i due paesi e proseguito senza interruzioni fino a oggi, secondo modi e tempi mutati più volte. Una storia su cui rimangono numerosi coni d’ombra, che è indispensabile illuminare se si vogliono comprendere le vicende contemporanee. La guerra italo-turca del 1911, che portò alla conquista di Cirenaica e Tripolitania, e il consolidamento della “quarta sponda”, avvenuto durante il fascismo a prezzo di un’occupazione militare feroce e di pesanti deportazioni, tra le più violente esperienze di campi di concentramento coloniali nella storia del Mediterraneo. La sconfitta della guerra d’Africa e il regno di Idris Senussi (1951-1969), poi deposto dal colpo di stato che ha portato al potere Mu’ammar Gheddafi, protagonista assoluto della storia recente della Libia fino al 2011, quando una rivoluzione ha

 

posto fine al lungo, controverso dominio del Colonnello. Infine l’attualità, fatta di contrasti fra milizie e poteri locali, faticosi tentativi d’instaurare un regime democratico condiviso, fiammate di estremismo islamico, bagliori di guerra ed esodi di massa sui barconi che ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo.

LIBYA. BACK HOME, attraverso il racconto autobiografico di Miriam e Khalifa porterà a imbattersi nella storia: il colonialismo italiano, l’instaurarsi della dittatura, il successivo rapporto e gli accordi con l’Italia, la caduta di Mu’ammar Gheddafi, i contrasti tra milizie e poteri locali, i faticosi tentativi di istituire un regime democratico, le fiammate di estremismo islamico, i bagliori della guerra fino agli esodi di massa sui barconi che ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo.

Si percorreranno le mappe di ieri per addentrarsi negli itinerari di oggi, entrando nel cuore del territorio libico, nelle sue architetture, nella geografia e trai suoi abitanti, per conoscerlo e comprendere qualcosa di più di quel presente che ci vede coinvolti e con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti.

TEMPI DI PRODUZIONE

Il lavoro di ideazione, studio sulle tematiche storiche, analisi geopolitica, ricerca negli archivi famigliari, raccolta di documenti audiovisivi, ha avuto inizio a aprile 2018 e si conclude a gennaio 2019.

La stesura dei testi a cura di Miriam Fieno e Khalifa Abo Khraisse, iniziata a settembre 2018 vedrà la stesura definitiva, con la supervisione alla drammaturgia di Paola Di Mitri, a marzo 2019.

Le riprese video sono affidate all’occhio di Khalifa Abo Khraisse in Libia; e a Miriam Fieno, con il supporto di ZaLab, in Italia e saranno girate tra gennaio e marzo 2019.

Da aprile a giugno si lavorerà alla produzione dello spettacolo (prove dello spettacolo, allestimento scenico, montaggio dei video, composizione della colonna sonora).

La regia a cura di Paola Di Mitri, oltre al supporto de La Ballata dei Lenna, si avvarrà di alcune collaborazioni esterne. Alcune tra queste: Stefania Mascetti e Chiara Nielsen di Internazionale per la consulenza sulle tematiche legate alla Libia; i registi Andrea Segre e Davide Crudetti di ZaLab al montaggio e alla regia video; il musicista e compositore Theo Teardo alla colonna sonora.

Lo spettacolo andrà in scena, una prova aperta riservata a un pubblico ristretto al Tieffe Teatro Menotti di Milano a seguito della residenza in programma, nel mese di maggio; il debutto nazionale è previsto a giugno 2019 nell’ambito del Festival delle Colline Torinesi_Torino Creazione Contemporanea presso La Lavanderia a Vapore.

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