LA MORSA
la tradizione
LA MORSA
di Luigi PIrandello
con Sandro Lombardi, Sabrina Scuccimarra, Arturo Cirillo
regia Arturo Cirillo
COMPAGNIA SANDRO LOMBARDI
Periodicamente, Sandro Lombardi ama incontrare attori, registi o coreografi con cui confrontarsi. Così è stato con David Riondino su Dante, con Iaia Forte su Testori, con Virgilio Sieni su Pasolini, con Roberto Latini su Pirandello. Lo stesso è accaduto con Arturo Cirillo che affianca Lombardi nel dar vita ai due dei protagonisti della Morsa, per la quale cura anche la regia.
Per Sandro Lombardi è una felice occasione di tornare al grande drammaturgo siciliano dopo la sua interpretazione di Cotrone risalente al 2007 nei Giganti della montagna diretti da Federico Tiezzi e dopo il più recente Uomo dal fiore in bocca, diretto da Latini nel 2010.
“Pirandello venne considerato in vita più un filosofante che un artista, più un pensatore capace di inventare spietati grovigli psichici che un creatore di intrecci scenici”- spiega Sandro Lombardi – “In realtà egli seppe dire una parola originale e unica proprio relativamente alla realtà teatrale. Nella sua stanza della tortura (così Giovanni Macchia definisce felicemente il nucleo del teatro pirandelliano) si mettono a nudo gli esseri umani, i loro sogni, i desideri, le sconfitte, i rimorsi, le rivendicazioni impossibili o, come nel caso della Morsa, i grovigli della concezione borghese del matrimonio. Una delle ragioni dell’attualità di Pirandello sta anzitutto nell’aver affrontato la crisi del teatro e averne allontanato la distruzione”.
“La morsa” di Luigi Pirandello è la messa in scena di quanto di più atroce, e forse ovvio, la famiglia riesca a produrre. La morsa non è solo quella stretta interrogazione che un marito fa a una moglie che lo tradisce, ma è una condizione fisica e mentale nella quale tutti e tre i personaggi della vicenda (lui, lei e l'amante) sono compressi, coatti e costretti. Centro della vicenda è l'ipocrisia della media borghesia italiana, come solo Pirandello è in grado di descriverla e di farla parlare: con quella lingua tutta allusiva, sospesa, sincopata. Appare un mondo di mediocri, incapaci di grandi sentimenti e generosità. Come ha scritto Alfonso Berardinelli, parlando delle novelle del primo novecento italiano: “"Siamo sempre lì: il marito, la moglie, l'amante, la cameriera, la portinaia, la suocera, i parenti, i mobili (quanti mobili da incubo in questi racconti!), l'aridità, la grettezza, l'eterno problema delle "corna"."
Una tragedia del vuoto in cui i personaggi si esprimono attraverso una recitazione immedesimata e straniata allo stesso tempo, dando voce alle battute ma avvolte anche alle didascalie. Così, una comune tragedia famigliare che si consuma in una stanza di una casa di provincia, raccontata attraverso un insieme si oggetti rinchiusi in umide bacheche, diventa lo specchio di una condizione umana e sociale appassita e mummificata. Una terra di paludi ora bonificate, che fanno sentire il loro suono attraverso canne mosse dal vento e animali della notte, dove sembra però che il ristagno delle acque sia diventato quello dei sentimenti, il pestifero acquitrino delle colpe e delle condanne, che gli uomini inventano per punire se stessi.



