Trilogia su JANE MARTIN
Perché tanta insistenza con una drammaturga così particolare molto riconosciuta negli Stati Uniti e praticamente sconosciuta in Italia? La domanda è plausibile, ma a volte, anche se separati da migliaia di chilometri, può scattare una corrispondenza di intenti e una profonda consonanza.
Nel 2006 con Filippo Taricco chiudemmo il lavoro sulla “Trilogia dell’Invisibiltà”, poi trasformata nel libro “La Città Fragile” edito da Bollati Boringhieri. Dopo aver scandagliato, scritto e messo in scena i drammi che in qualche modo ci separano e ci accomunano a Rom, prostitute e barboni, decidemmo di proseguire il viaggio nel teatro e nei mondi dell’inquietudine contemporanea sondando testi di scrittori stranieri. Non per esterofilia, ma perché sentivamo l’esigenza di un confronto con forme diverse di scrittura scenica; un’alterità e uno spiazzamento che era più facile trovare nella drammaturgia straniera.
Dopo varie letture e alcuni viaggi ci imbattemmo negli scritti di Jane Martin. Il primo incontro fu uno di quei libretti editi dalla Samuel French Inc. scovato a Londra, dal titolo: “Cementville”.
Il testo ci incuriosì e cominciammo a seguirne la pista. In verità anche supportati da un docente di teatro statunitense, e la pista ci portò a New York dove trovammo tutti i testi dell’autrice “sconosciuta”. Immediatamente scattò un interesse formidabile che sarebbe più giusto chiamare passione. I suoi testi, più di venti, affrontavano e affrontano temi inquietanti, difficili, come la pedofilia, l’intrusione del commercio nella cultura, le guerre contemporanee, con una leggerezza e una profondità spiazzanti. E soprattutto, quei testi, corrispondevano ad una nostra visione di teatro che cerca nella realtà le sue radici e la sua necessità.
Inoltre, la maggior parte dei testi di Jane Martin sono scritti in forma di commedia. Una struttura poco utilizzata, dalla nostra attuale drammaturgia, e molte volte anche poco dominata. E’ chiaro che nella tradizione anglosassone la commedia ha salde radici storiche. E’ oggetto di studio, dal punto di vista strutturale, ed è frequentemente praticata dai nuovi drammaturghi. E’ altresì chiaro che lo sviluppo della struttura a commedia, in quei paesi, sia imputabile ad una continua osmosi tra cinema e teatro, tra scrittori che alternano la professione di sceneggiatore e di drammaturgo generando uno scambio i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. In Jane Martin, però, la commedia sembra sia passata attraverso e contaminata dall’esperienza del teatro di ricerca di questi ultimi anni: la struttura frammentaria, i rapporti spazio/tempo mutevoli, la forma dialogica che si alterna al monologo, l’utilizzo del paradosso in contemporaneità al comico e al tragico.
La scelta dei tre testi, tra i molti dell’autrice, è stata dettata oltre che da un affinità di gusto e dai temi che in qualche modo trovano una corrispondenza con la realtà italiana, anche da un processo di avvicinamento alla sua scrittura partendo da una struttura più semplice in Keely and Du, via via a strutture più complesse come in Flags dove si gioca di alternanza tra la commedia e la tragedia con la presenza di un coro. Ma parlando delle tematiche che affrontano i tre testi possiamo dire che: Keely and Du, scritto nel 1994, vincitore del Premio Nazionale della critica americane ed in finale nelle nomination per il Premio Pulitzer, è incentrato sul tema dell’aborto e dell’autodeterminazione femminile; La Commedia dell’Amore - Jack e Jill, scritto nel 1998, vincitore del Premio Nazionale della critica, mette al centro le difficoltà di rapporto uomo/donna nella famiglia moderna; Flags, scritto nel 2003, affonda le conseguenze drammatiche provocate dalla guerra in Iraq. I tre spettacoli pur nella diversità dei temi, in realtà, hanno un filo rosso in comune: la famiglia. La famiglia come luogo negato e generatore di dramma in Keely and Du. La famiglia come campo di battaglia ne La commedia dell’Amore. La famiglia soggetto principale della tragedia in Flags. Ma sarebbe meglio dire che i testi scavano i rapporti diversificati tra gli esseri umani che compongono questa fragile “istituzione” che è divenuta oggi la famiglia mono nucleare. Fragile che, però, continua ad essere il centro di riferimento affettivo per tutti. Luogo dove ricadono e riverberano gli echi di ciò che succede nel mondo, quindi punto di osservazione dove attraverso la piccola storia si può leggere e interpretare la grande storia.



