SEPPELLITEMI IN PIEDI

Data di produzione dello spettacolo: 
Novembre, 2002

 

Una produzione ACTI Teatri Indipendenti

con il sostegno del Teatro Stabile di Torino e Viartisti Teatro

 

SEPPELLITEMI IN PIEDI

Racconto di voce e musica liberamente ispirato al libro Fuori luogo di Marco Revelli

di Remo Rostagno, Beppe Rosso, Filippo Tarocco

regia Beppe Rosso

aiuto regia Paola Zecca

con Beppe Rosso

arrangiamento musicale Paolo Pizzimenti

movimenti scenici Maria Consagra

 

Seppellitemi in Piedi è il primo capitolo della Trilogia sulla Città Fragile. Lo spettacolo prende spunto da un fatto di cronaca narrato nel libro-reportage di Marco Revelli, Fuori Luogo, per creare un racconto epico, una saga corale che narra l’esodo dall’est di quattrocento Rom precipitati come una meteora ai confini di una nostra grande città.

I nomadi sono guidati da Osman, moderno Mosé, che si vede costretto suo malgrado ad assumere il comando dell’intera comunità e con l’aiuto di Carfin, il vecchio che lo ha allevato, cerca di proteggere il suo popolo, dall’inclemenza della natura come dalle trappole della burocrazia di un paese straniero che attraverso gli occhi dei rom assume accenti surreali.   

Un’epopea che ci richiama a fatti più ordinari che si ripetono ogni giorno nelle nostre città, il conflitto biblico tra nomadi e stanziali, tra proprietari di villette e abitanti delle roulotte. In questa storia nessuno ha torto: le ragioni di ogni personaggio sono comprensibili, ma la somma delle ragioni crea un disastro.

Una tragedia che genera paure, timori, diffidenze e superstizioni tra noi e un popolo dalle tradizioni millenarie che noi incontriamo ogni giorno ai semafori, nei dehors dei ristoranti, lungo le strade e di cui decodifichiamo solamente l’attuale condizione di profughi sfollati.

In Seppellitemi in Piedi accanto a Beppe Rosso due musicisti rom, testimoni di quel mondo parallelo non comunicante col nostro; presenze che si muovono sul palcoscenico esibendo la propria distanza, alla ricerca di uno spazio di gioco condiviso che soltanto l’arte può offrire; in contrasto con l’incalzante dramma di incomprensione e di scontro.

Un grande racconto orale, che si avvale delle formule millenarie della tradizione rom, una cavalcata di parole e musica in cui l’attore recupera le cadenze e le posture dei grandi cantastorie zingari: l’ironia all’interno del dramma, il rapporto con la sorte, il linguaggio emotivo proprio di un popolo non ancora contaminato dall’immobilità e dalla scrittura.

La scenografiadi Lucio Diana sostanzialmente evocativa invade mano a mano lo spazio scenico: fili-confini a cui si appendono immagini, fotografie che riproducono volti di rom. Alcune gocciolano, altre s’incendiano. Immagini silenziose, inodori, rassicuranti nella loro fissità come la nostra idea del diverso, restia ad essere modificata.

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