Il soldato Carter muore a Baghdad, mentre sta cercando di piantare una bandiera irachena su un mucchio di immondizia. Il dolore per la perdita del ragazzo determina una risposta violenta del padre, che espone la bandiera degli Stati Uniti capovolta creando un caso dalle risonanze imprevedibili, esplosive. Una commedia familiare con liti, vicini invadenti e un figlio minore sempre in bilico verso la delinquenza che passa impercettibilmente al dramma. Il testo inizia come una farsa e rapidamente vira verso la tragedia, come il coro in scena dichiara fin dall’inizio, alludendo alla televisione come la sede degli dei di oggi.
Due quarantenni, realizzati a metà, cercano di completarsi in una storia d’amore nata per caso, che ha i crismi di una passione fatale, con enfasi, separazioni, giuramenti e maledizioni. Non c’è un terzo a mettere in crisi il ménage, non è un triangolo come nel teatro ottocentesco, non ci sono amanti o pretendenti, nessuna minaccia dall’esterno, nessun impedimento, eppure, tra Jack e Jill c’è una paradossale irresolutezza alle prese con i ruoli di uomo donna non più definibili, instabili, ambivalenti. Sono esasperati, nel loro tentativo di felicità: cercano inutilmente di sviscerare i problemi, tra slanci romantici e momenti di egoismo, divisi tra il bisogno di sicurezza e le ambizioni di carriera e libertà.
Una giovane donna incinta in cerca di aborto è rapita e sequestrata. I misteriosi carcerieri gentili e a volte impacciati sono un prete e una sua aiutante, membri di un’organizzazione per la difesa della vita che intendono accudire amorevolmente la donna per tutta la gravidanza e provvedere alle spese per la crescita del figlio. Nonostante la situazione estrema, in cui è immersa, la commedia è venata di ironia e l’andamento ritmico è scandito dal count-down della vita che cresce in grembo a Keely, il cui esito sarà sospeso fino all’ultima scena.
La scelta dei tre testi - "Keely and Du", "La Commedia dell’Amore - Jack and Jill" e "Flags"- è stata dettata oltre che da un affinità di gusto e dai temi che in qualche modo trovano una corrispondenza con la realtà italiana, anche da un processo di avvicinamento alla sua scrittura partendo dalla struttura più semplice in "Keely and Du" a quella più complessa in "Flags" dove si gioca di alternanza tra la commedia e la tragedia con la presenza di un coro. Filo rosso comune ai tre spettacoli é la famiglia: luogo negato e generatore di dramma in "Keely and Du", campo di battaglia ne "La commedia dell’Amore", soggetto principale della tragedia in "Flags". I testi scavano i rapporti diversificati tra gli esseri umani che compongono questa fragile “istituzione” che è divenuta oggi la famiglia mono nucleare. Fragile che, però, continua ad essere il centro di riferimento affettivo per tutti, luogo dove ricadono e riverberano gli echi di ciò che succede nel mondo, quindi punto di osservazione dove attraverso la piccola storia si può leggere e interpretare la grande storia.
L’esilio, la galera, le intimidazioni e la morte non riuscirono a fermare le idee di uomini come Gobetti, Gramsci, Salvemini e dei fratelli Rosselli; il loro è un insegnamento ancora attuale, che stimola a leggere i nostri giorni e a riaffermare la necessità della libertà e della giustizia come diritti esercitabili da tutti. Nello spettacolo le loro parole e i loro pensieri concorrono a tracciare un’unica vicenda: narrata da due attori, Fabrizio Pagella e Tatiana Lepore, e dalla musica dal vivo degli Yo Yo Mundi. Gli affetti, l’impegno politico, il carcere, le fughe, il coraggio e la sincerità intellettuale di uomini contro l’eterna ottusa italietta, legata più agli opportunismi e alle convenienze che al senso dello stato.
Ispirato ai testi di Cesare Pavese, Beppe Fenoglio e Gina Lagorio, "Dei liquori fatti in casa" ci riporta in un paese della provincia italiana nei primi anni sessanta, all’epoca del boom economico, momento di cruciale mutamento sociale. A dare voce a tutti i personaggi un attore solo che restituisce, con grande efficacia comunicativa, gli umori e i sussulti di un’intera comunità la cui quotidianità viene improvvisamente scossa dall’arrivo di una giovane donna francese attorno alla quale si condensano gli avvenimenti, corposi ed essenziali come certi liquori, che rivelano valori, desideri, visoni, speranze di un paese e di una generazione.
Un’ironica e poetica saga paesana dove si trattiene il respiro, in consonanza al respiro delle donne e degli uomini che vedono la loro piazza solcata dall’amore, dal peccato, dal sogno o, addirittura, dalla rivoluzione.
Protagonisti dello spettacolo sono i "barboni", o meglio chi normalmente inseriamo nel contenitore indifferenziato di questa parola che indica la realtà di coloro che finiscono in strada. Drammi diversi, vite umane difficili. Tutte vite però che hanno in fondo un’unica origine, e un unico tema: l’assenza. Senza tetto, senza salute e senza assistenza, senza sicurezza, senza garanzie civili, senza soldi. Una condizione senza rete, di privazione e di emarginazione. Ogni titolo, ogni etichetta, risulta parziale nel definirli, perché lascia sempre in ombra altre storie, altri drammi, altri percorsi.
Nell'Ottocento Torino è la città che meglio riesce a intuire le trasformazioni del mondo del lavoro e sa organizzarsi dal punto di vista sociale. Lo spettacolo è testimonianza degli avvenimenti raccontandoli attraverso la nascita e lo sviluppo della fotografia, un’arte nata prprio in seno al XIX secolo. La fotografia è un’invenzione che si colloca parallelamente alla nascita dell’industria e del capitalismo, destinata a cambiare per sempre la vita degli uomini, ridefinendo il concetto di storia e quello di memoria e trasformando profondamente le forme artistiche ed espressive.
Lo spettacolo "Patrin" dedicato alla cultura rom, nasce dalla lunga ricerca di Beppe Rosso sul racconto orale, e dal suo interesse per la riscoperta di forme tradizionali in cui la voce del narratore veniva abbinata alla musica, diventando strumento capace di dialogare con gli altri, intrecciare ritmi e cadenze, e restare in equilibrio sull’onda musicale.
All'inizio del Novecento Torino è la città mito dell’Industria e la culla del cinema italiano. Il cinema in pochissimo tempo ha rivoluzionato il modo di raccontare, la fabbrica ha rivoluzionato il modo di concepire il mondo. Due “rivoluzioni” così diverse che hanno provocato grandi ripercussioni sulla vita degli uomini. "Fantasmi d'acciaio" è un evento-spettacolo che utilizza e contamina i linguaggi del teatro e del cinema per ripercorrere ed evocare quella che fu la fabbrica del Novecento e la sua trasformazione, per raccontare gli uomini, il lavoro, i miti, le miserie e le contraddizioni che segnarono la città e l’industria.
Prendendo le mosse dalla storia di Zorica, una giovane albanese costretta a battere sui marciapiedi delle nostre città, si svelano i retroscena di quell’ universo che popola le strade notturne, mettendone in luce la cultura, il vocabolario, i profondi drammi e l’ironia dissacratoria che regola il rapporto mercificato tra uomo e donna.
L'ultimo atto della produzione fenogliana che si rivolge al teatro narra del partigiano astigiano Sceriffo, incapace di sopportare la solitudine dello sbandamento, decide di andare a trovare una donna, nella cui casa troverà la morte. La sua storia non venne concepita in modo isolato, ma come parte di un dramma più ampio mai portato compiutamente a termine dall’autore. Lo spettacolo intende riportare alla luce quelle scene mai pubblicate, che permettono di intravedere lo scheletro di questo ultimo lavoro dell’autore.
Anni fa abbiamo intrapreso un viaggio all’interno della città e abbiamo scoperto un’altra città, che vive parallela. Una città fragile con una propria economia che molte volte per sopravvivere usa la strada come palcoscenico e indossa i costumi che i nostri occhi vogliono vedere: zingari felici che suonano nei bar, prostitute che ammiccano vogliose dalla strada, barboni che chiedono con toni santi di pietà, ognuno a suo modo recita la sua parte nascondendo il dramma che l’ha portato su quel palcoscenico. Con i testi della Trilogia abbiamo cercato di rompere quello specchio per svelare l’umanità e i drammi che stanno dietro a quelle finzioni e costruire un teatro della simultaneità, dove il rito teatrale si celebra contemporaneamente al dramma che accade altrove. Per aprire un dialogo tra realtà e finzione, e costringe lo spettatore al confronto diretto tra la finzione del racconto nutrito di realtà e la realtà stessa che si nutre di finzione.
Dal libro “La Città Fragile” di Beppe Rosso e Filippo Taricco edito da Bollati Boringhieri.
Lo spettacolo Seppellitemi in Piedi è una narrazione epica, una storia che richiama i fatti che ogni giorno si ripetono nelle nostre città: il conflitto fra chi si accampa con la roulotte e chi si sente improvvisamente espropriato dal suo quartiere. Eventi in cui nessuno ha torto, ma la somma delle ragioni dei protagonisti creano un disastro. Una carrellata di personaggi e situazioni che compongono un unico quadro dove emergono gli elementi sconosciuti della cultura millenaria di un popolo: i rom.
Uno spettacolo di parole e musica in cui si evidenziano l’ironia all’interno del dramma, il rapporto con la sorte, il linguaggio emotivo di un popolo che ancora oggi vive la sua diversità.








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