Scheda artistica
Flags
di Jane Martin
traduzione Luca Scarlini
con Ludovica Modugno, Beppe Rosso, Alarico Salaroli, Aram Kian
e con Elio D’Alessandro, Celeste Gugliandolo, Francesco Puleo
regia Beppe Rosso
scene Paolo Baroni
luci Cristian Zucaro
musiche Mirko Lodedo
costumi Monica Di Pasqua
aiuto regia Irene Zagrebelsky
movimenti scenici Ornella Balestra
direttore di scenaFrancesco Mina
tecnico di compagnia Marco Ferrero
aiuto scenografo Marta Massano
ACTI Teatri Indipendenti/Fondazione del Teatro Stabile di Torino
con il contributo di Regione Piemonte
con il sostegno del Sistema Teatro Torino
con la collaborazione della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte
Flags di Jane Martin chiude il percorso che Acti ha costruito sulle pagine dell’autrice, una delle voci più dirompenti della scena americana degli ultimi due decenni: la sua opera, affidata a una scrittura secca e pungente, ha scandagliato con efficacia la realtà dei rapporti interpersonali nel chiuso della famiglia e nello spazio dell’istituzione, affrontando temi come divorzio, aborto, guerra e affrancandosi da ideologismi o schematismi da barricata.
Dopo Keely and Du e La commedia dell’amore-Jack e Jill ecco Flags, una delle opere più recenti dell’autrice. Scritto nel 2003, affronta le conseguenze drammatiche provocate dalla guerra in Iraq offrendo al pubblico la disperazione di una famiglia di fronte a un dramma che non comprende: la perdita di un figlio in guerra.
Il soldato Carter muore a Baghdad, mentre sta cercando di piantare una bandiera irachena su un mucchio di immondizia. Il dolore per la perdita del ragazzo determina una risposta nel padre che espone la bandiera degli Stati Uniti capovolta creando un caso, ripreso con avida curiosità dai media.
Il testo, strutturato come una commedia contaminata dalla tragedia,affronta la vicenda senza compromessi procedendo tra battute mordenti e orazioni che si riverberano nella parole di un coro, per diventare il dramma di un padre che nella ricerca di giustizia si schiera inconsapevolmente contro lo stato portando la guerra dentro casa e generando la dissoluzione della propria famiglia.
In Flags, la bandiera appunto, sventola come un’ombra di scissa lontananza d’opinione su cosa sia la fedeltà in tempo di guerra. Una storia che pone degli interrogativi e mette in discussione il comune senso del sacrificio. Un dramma che attraverso un’iperbole metaforica cerca di sondare una realtà il più delle volte celata da stratificazioni di retorica o manipolata dai mass media.
Flags dipinge una nazione divisa, in ansia per i suoi figli messi a rischio per qualcosa che non si capisce. Il testo, però, non prende posizioni preconcette, mette in azione opinioni diverse che immancabilmente andranno a scontrarsi generando un ulteriore irreparabile dramma. La struttura che si rifà alla tragedia greca antica, non è casuale: ancora una volta come allora l’occidente combatte contro i persiani, contro Babilonia.
La situazione che propone, dal reale quotidiano si spinge e sconfina nel paradosso e scatena quei sentimenti repressi o nascosti che solo la guerra, intesa come momento estremo, là dove non esistono più mediazioni possibili, può generare.
Il testo allestito a Minneapolis nel 2004, poi a Los Angeles nel 2005 e quindi a New York nel 2007 impone al pubblico una dura riflessione, fuori da ogni retorica, sulle conseguenze di un conflitto bellico e lo fa cercando di scavare un briciolo di verità o perlomeno di dubbio sui fatti che vanno a costruire, vera o finta che sia, la realtà che ci circonda.



